Sei troppo giovane per ricordare gli anni ottanta – Ballando in un’altra epoca

Traduzione italiana di You’re too Young to Remember the Eighties – Dancing in a Different Time

È facile dimenticare in quest’epoca di feste che durano tutta la notte, di after-hours e bar notturni che c’è stato un tempo in cui tutti i locali chiudevano alle 2 del mattino. I primi anni Ottanta erano un periodo triste per uscire a far festa. La maggior parte delle discoteche erano spelonche troppo costose, dove per entrare si veniva scrutati dal personale della porta che controllava se il tuo aspetto era rispettabile. Per qualche oscuro motivo erano d’obbligo le scarpe bianche.

Il primo album che possedevo alla fine degli anni Settanta, che avevo ascoltato religiosamente su cassetta, era la colonna sonora de “La febbre del sabato sera”. Mi introdusse al concetto di una vita notturna glamour dove i DJ mixavano il ritmo e la bella gente ballava tutta la notte; questo era qualcosa che mancava nei nightclub del sud est di Londra a quel tempo. Lì la musica era rigorosamente soul jazz funk e “sofisticato” significava scendere in pista per fare “il ballo della barca a remi”. Andare a ballare a Woolwich il sabato sera significava cercare di sopravvivere ai ragazzi della birra e schivare le borse sparse sulla pista da ballo.

Quando arrivarono gli anni Ottanta iniziai a comprare un sacco di dischi pop elettronici nonché i miei primi singoli da dodici pollici. Erano dischi di artisti come The Human League e Soft Cell che avevano mix estesi destinati alla pista. Il primo album dei Soft Cell, “Non Stop Erotic Cabaret“, era dedicato alla parte più squallida e scura della vita notturna e mi aprì gli occhi su un mondo di edonismo e follia da club underground a cui ero ansioso di partecipare. Camminando allora per Soho sentivi quell’album riecheggiare da dozzine di strip bar e peep show. Il suono era anche pesantemente influenzato dai primi esperimenti di ecstasy dei suoi protagonisti. Cindy Ecstasy, che ha fatto i cori su un certo numero di brani, era il principale contatto per la droga con i club di New York. Quando, molto più tardi, negli anni Novanta, ho scoperto questi fatti, l’effetto che questi primi brani di dance elettronica avevano avuto su di me ha cominciato ad avere più senso.

I miei disperati tentativi di esplorare questo nuovo eccitante mondo mi hanno portato inizialmente a frequentare i club di cui avevo letto nelle pagine di gossip della rivista Smash Hits, dove bazzicavano le pop star dell’epoca e si comportavano in modo decadente. A sedici anni andavo nei locali aperti infra-settimanalmente, come l’Embassy Club in New Bond Street. Per tornare a casa dovevo prendere un notturno e spesso finivo con l’addormentarmi, ritrovandomi poi alle 5 del mattino bloccato nel deserto di Thamesmead. La maggior parte dei miei amici non usciva con me, loro si accontentavano di rimanere in zona. Io invece volevo sfuggire alla monotonia del sud di Londra ed esplorare la bella vita. Avevo fatto i miei primi passi nella notte e ci stavo prendendo gusto.

Il 1984 iniziò con le mie prime apparizioni da DJ. Era gennaio ed ero residente in un evento settimanale del giovedì chiamato House of Dolls a Farringdon. Facevo girare i dischi che amavo allora, una strana miscela di punk, new wave, elettronica, northern soul e alcuni dei primi brani electro che avevo iniziato a comprare da Groove Records a Soho. Una sera un giovane Alan McGhee della Creation Records venne da me dietro la console e da una busta di plastica tirò fuori diverse copie dei primi singoli dei Primal Scream e dei The Jesus and Mary Chain. La storia durò circa tre mesi, io mi divertii un sacco e cominciai a farci il dente.

Cominciai allora a frequentare i club dove gli ultimi barlumi della scena new-romantic si mescolavano al gothic punk. Uno di questi era il Kit Kat a Westbourne Grove, nella zona ovest di Londra. Apriva il sabato sera e andava avanti fino alle 6 del mattino. Non c’era un bar con licenza, bisognava portarsi da bere da soli In compenso, c’era un abbondante uso della macchina del fumo, zigomi risucchiati e barcollamenti alla luce dell’alba. Una volta ci fu un’incursione della polizia che finì su tutti i tabloid, contribuendo ovviamente ad aumentare il fascino di questo club. Il mercoledì sera poi c’era il “Bat Cave” al Gossips in Dean Street, Soho. Questo era gestito dai membri di una band chiamata Specimen ed era frequentato da un vasto assortimento di freak e fusi vari vestiti di nero. Le serate che avevano luogo durante la settimana erano quelle più cool, c’erano solo i festaioli militanti in giro; niente turisti pesi-piuma del West End, quelli che affollavano i locali durante i fine settimana. Provavi le tue credenziali tornando a casa nelle prime ore del mattino a metà settimana. Barcollavi per prendere un taxi o scendevi giù a Trafalgar Square dove i Night Bus smistano la gente verso le periferie.

Nel 1985 mi vedevo con una ragazza di Bolton. Andavo su a trovarla e uscivamo nei club della vicina Manchester. Due volte siamo andati all’Hacienda, una volta per vedere i Cabaret Voltaire e un’altra volta per vedere gli Swans. All’ingresso c’era una gigantografia di Tony Wilson, che somigliava ad Alan Partridge, e dovevi farti strada attraverso queste gigantesche strisce di plastica appese al soffitto. Dentro era un magazzino cavernoso, industrial-chic ma molto freddo: non c’era quasi nessuno nel locale.

La mia ragazza aveva alcuni amici omosessuali e uscivamo nei club gay con loro. Questi erano sempre molto più fighi dei club etero. Si trovavano in strani posti fuori mano, andavano avanti tutta la notte ed erano un tempio dell’edonismo. Fu in uno di questi a Blackpool che ricordo di essere rimasto incuriosito dai dischi elettronici dance non-stop che continuavano a suonare senza interruzione. Mi chiedevo come facesse il DJ ad andare avanti, sembrava essere un pulsare senza fine. In questi posti la gente ballava al ritmo ipnotico come se ne andasse della loro vita.

Tornato a Londra ho iniziato a frequentare una serata chiamata Pyramid, che si teneva il mercoledì sera all’Heaven, un club principalmente gay, sotto la stazione di Charing Cross. Il mercoledì era serata mista, il che significava fondamentalmente che lasciavano entrare donne e ragazzi etero, a patto che non assomigliassero troppo a dei delinquenti. Il club in sé era enorme, con varie sale, e sembrava un vero e proprio nightclub di New York. Al piano superiore c’era musica punk/alternativa, mentre al piano inferiore, nella sala principale, c’era questo mix infinito di musica elettronica pulsante. L’impianto audio nella sala principale era forte e potente, con i bassi che ti rimbombavano nel petto. Mi sono ritrovato a scendere al piano inferiore sempre più spesso perché la musica era molto più interessante. I DJ al piano di sotto erano Colin Faver e Mark Moore. Apparentemente il Pyramid è stato il primo club in Inghilterra a iniziare a suonare questi spartani dischi elettronici provenienti da Chicago nel 1985. Fu così che venni in contatto con la musica House e finii con l’innamorarmene. Rimanevo fuori a ballare questa musica tutta la notte e spesso il giorno dopo ero al lavoro senza dormire, cercando disperatamente di rimanere sveglio per non perdere il posto.

Il grande evento del fine settimana per tutti i freaks era il Mud Club, tenuto in un locale chiamato Busbys su Charing Cross Road. Era ospitato da Phillip Salon, una figura leggendaria della scena, che aveva fatto parte della crew originale di Bromley che girava intorno ai Sex Pistols. Era noto per i suoi costumi oltraggiosi e l’arguzia tagliente. Phillip esaminava tutti all’ingresso; se non eri considerato all’altezza non entravi e ti veniva detto il perché senza mezzi termini. Quanto alla musica tutto era permesso. Decadenza in pompa magna e disco-trash a iosa.

Poi iniziai ad andare al Wag Club in Wardour Street, Soho. Qui si suonavano rigorosamente ritmi neri. Vecchi dischi funk con James Brown come catalizzatore. Le stazioni radio pirata come LWR e Kiss FM avevano appena iniziato a trasmettere e suonavano tutta la musica nera che non potevi sentire altrove. Cominciai ad ascoltare il programma hip hop di Tim Westwood su LWR perché suonava tutte le ultime novità electro. Metteva anche degli incredibili DJ mix di gente come Chuck Chill Out e Red Alert dalla Kiss FM di New York. In correlazione a questo programma, diede vita a una serie di sessions hip hop il sabato all’ora di pranzo, in un club chiamato Spats, in un seminterrato di Oxford Street. Prima di andare allo Spats passavo da Groove Records a Soho per comprare una o due delle ultime importazioni electro. Alcuni dei dischi che arrivavano da Groove erano davvero limitati e dovevi essere veloce a prenderli o non sarebbero più usciti. Io e i miei amici litigavamo per l’ultima copia di un disco.

Sentii parlare di questo evento chiamato Dirtbox. Si era tenuto in un magazzino in disuso a Rotherhithe ed era il primo warehouse party in assoluto, che io sappia, a Londra. Io e il mio amico arrivammo la settimana successiva, ma girovagando per le desolate strade vuote dei vecchi docks, non trovammo nulla, da nessuna parte. Giurai di scoprirne di più.

Il rituale del sabato sera prevedeva di passare al pub Spice of Life su Charing Cross Road. È qui che i clubbers si riunivano prima di andare alle varie feste, e qui si cominciava a sentir parlare di queste feste illegali che avevano iniziato a svolgersi nelle vecchie zone degradate dei docklands vicino al Tamigi e intorno ai ponti di Blackfriars e Southwark, a Londra. Prima che venisse riqualificata e modernizzata, questa zona era piena di vecchi magazzini vuoti senza nessuno che vivesse nelle vicinanze. Si otteneva l’indirizzo e si andava giù dopo mezzanotte per cercare di trovare la festa. Ci volevano cinque sterline per entrare e potevi comprare la birra Red Stripe, venduta in bidoni pieni di ghiaccio, per una sterlina. Alcune di queste feste erano enormi, il pubblico assolutamente misto, stipato in un magazzino sporco a ballare per tutta la notte. La musica era di solito rare groove, che era fondamentalmente oscuro funk 7 pollici scovato dai DJ. Non c’erano controlli alle porte come nei club più trendy, c’era gente vestita con abiti firmati accanto a gente in jeans e maglietta che ballava tutta la notte. Family Function, organizzata dalla crew di Norman Jay, era una delle feste a cui andavo regolarmente, così come quelle di una crew che gestiva un negozio di abbigliamento e dischi a Camden chiamato Soul II Soul. Una delle prime feste legali dove suonavano questa musica era un evento chiamato Delirium che si teneva all’Astoria, probabilmenteil primo club legale dove si suonava l’hip hop. Ricordo di essere andato a una festa al Delirium dove avevano installato un completo luna park nel club, con un gigantesco scivolo al centro del locale. I clubbers uscivano volando dal fondo di questo direttamente sulla pista da ballo. Una volta sono stato buttato a terra da Leigh Bowery vestito di tutto punto, uno dei protagonisti della scena che, una volta visto, non si dimentica più.

Fine 1987. Sono sintonizzato sulla stazione radio pirata JFM, ascoltando un programma di Jazzy M. Cosa cazzo sono questi strani dischi minimali con bleep pulsanti e voci impazzite? A quanto pare si chiama Acid House. Hmm, interessante…

Traduzione italiana di You’re too Young to Remember the Eighties – Dancing in a Different Time di Aural Floss.

La versione originale in inglese può essere trovata qui.

Intervista con Controlled Weirdness (in inglese)

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